Il primo serial killer documentato in Italia è generalmente considerato Vincenzo Verzeni, attivo nella seconda metà del XIX secolo. Nato nel 1849 a Bottanuco, un piccolo paese vicino a Bergamo, Verzeni divenne noto come il “Vampiro di Bottanuco” per i suoi crimini efferati.
Tra il 1870 e il 1872, Verzeni uccise almeno due donne e ne aggredì diverse altre. Durante i suoi attacchi, strangolava le vittime, mutilava i loro corpi e in alcuni casi ne beveva il sangue. Le sue azioni erano motivate da impulsi sessuali sadici, come rivelato durante il processo.
Fu arrestato nel 1872 e, dopo un lungo processo, fu condannato all’ergastolo. Dopo essere stato arrestato nel 1872, Vincenzo Verzeni fu sottoposto a un processo che attirò molta attenzione, sia per la crudeltà dei crimini che per il dibattito scientifico che ne seguì. Durante il processo, Verzeni confessò i suoi crimini, descrivendo dettagliatamente i suoi impulsi e le modalità con cui uccideva le sue vittime. Dichiarò di provare un piacere sessuale nell’uccidere e mutilare le sue vittime, il che portò a definirlo come uno dei primi casi di omicida con pulsioni sadiche.
Verzeni fu condannato all’ergastolo e ai lavori forzati a vita, ma non fu giustiziato perché la sua infermità mentale fu riconosciuta durante il processo. Scontò la sua pena in carcere, e successivamente fu trasferito nel manicomio criminale della Pia casa della Senavra di Milano.
Il caso di Verzeni fu oggetto di studio anche da parte di Cesare Lombroso, uno dei pionieri della criminologia. Lombroso visitò Verzeni in carcere e lo descrisse nel suo libro “L’uomo delinquente” come un esempio di “delinquente nato”, teorizzando che i criminali come Verzeni presentassero caratteristiche fisiche e psicologiche innate che li rendevano predisposti al crimine. Lombroso attribuì a Verzeni particolari caratteristiche fisiche, come la forma del cranio, che secondo lui erano segni di una predisposizione biologica alla criminalità.
Verzeni morì in manicomio, anche se le circostanze esatte della sua morte non sono ben documentate. La sua vicenda rimane uno dei primi casi di studio nella storia della criminologia italiana e continua a essere oggetto di interesse per studiosi e appassionati di criminologia.

